Il pensiero

 

Fabio Cutaia è un discepolo critico di Julius Evola. Il suo Idealismo crìstico infatti si presenta come integrale ''Weltanschauung" da porre alla base d'una spiritualistica alternativa alla massificata civiltà materiale" denunziata dal Guénon nella contemporaneità decadente, postulando esso teologicamente l'identità egoteistica d'umano e divino (hegelianamente simboleggiata dal Cristo). Differenziandosi quindi nettamente dal "comunitarismo" oggi alquanto prevalente nella cultura non conformista, l'Autore prospetta dunque in chiave radicalmente individualistica la propria millenaristica "rivolta contro il mondo moderno".

 

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BREVE SINTESI D’UNA FILOSOFIA

                                                   

             

 Roma, 7 febbraio 2007

 

 

Con le presenti note vengo ad esporre – in estrema sintesi – quello ch’è il mio filosofico sistema.

Preciso innanzitutto d’essere un evoliano critico, nel senso che il mio schema speculativo si configura come interpretazione e ad un tempo personale rielaborazione del pensiero evoliano.

Per me l’Evola hegelianamente sintetizza le opposte inadeguatezze dell’idealistico Io assoluto (da lui peraltro solipsisticamente ben perfezionato) e dell’Oltreuomo di nietzschiana memoria filosofica nella speculativa figura dell’Individuo assoluto, di cui poi colloca (guénonianamente) il trionfo storico nella premodernità tradizionale (Antichità ed Evo Medio) e la precisa negazione nella materialisticamente regressiva modernità sovvertitrice (capitalismo, collettivismo ed anarchia), auspicando della prima – peraltro tendenzialmente riproposta dal nazionalismo culminante nei fascismi – un’escatologica restaurazione (si vedan in proposito anche le conclusioni “millenaristiche” di “Rivolta contro il mondo moderno”, edizione 1969). Sunteggiando, l’evolismo m’appar come l’immersione del soggettivismo assoluto nella metafisica tradizionale. Fin qui la mia interpretazione del pensiero evoliano.

Per quel che poi concerne la sua rielaborazione da me effettuata (col richiamo anche a molti altri importanti pensatori), io pongo il fondamento della mia “Weltanschauung” nell’onirismo solipsistico. Per me – cioè – il mondo fenomenico tutto non è che il “sogno cosmico” del mio spirito percipiente. Questo – in una prima ed ultima fase sussistente in un contesto extraonirico – nella fase intermedia s’aliena depotenziandosi appunto nella sua cosmica fantasmagoria. Chiamo hegelianamente questi tre momenti dello Spirito universale (ossia del mio io personale) come soggettivo, oggettivo ed assoluto, e mi riferisco teologicamente a codeste tre fasi (sempre seguendo Hegel) come ad un’Età del Padre, del Figlio e del Santo Spirito. La logica di questo processo d’alienazione dello Spirito universale (certo, quest’ultimo, coincidente con la Divinità) sta nel fatto – richiamandoci ad un detto tradizionale – secondo cui l’esser liberi è nulla, divenir liberi è il cielo. La libertà infinita dello Spirito universale diventa – pel meccanismo interno che regola quest’ultimo – come un peso. Esso dunque s’incarna (in me) e “kenoticamente” si depotenzia per poi poter tornare (con la disincarnazione coincidente col trapasso) all’originaria dimensione metafisica sua, or però conseguita e non più – come all’inizio – semplicemente data. A presiedere al processo d’alienazione dello Spirito universale è dunque un’aristocratica logica di mistico autosuperamento. Durante il suo pellegrinaggio terreno lo Spirito universale – incarnatosi in me – può attraversare a sua volta tre fasi; evolianamente, l’epoca della spontaneità, l’epoca della personalità e l’epoca della libertà o dominazione. Nel primo momento dell’esistenza empirica – ispirata dal realismo ingenuo – l’Io (lo Spirito universale) non si rende affatto conto della divinità sua; nel secondo momento esso s’eleva speculativamente all’assioma schopenaueriano in virtù del quale “il mondo è la mia rappresentazione” solitaria, ma la sua ascesa puramente teoretica deve or far i conti con la perdurante impotenza pratica: è l’hegeliana “coscienza infelice”, in cui l’individuo subisce l’evoliana “indicibile crocifissione nel mondo della necessità”; è però in questo periodo doloroso che l’unico Io (il mio) – venuto dottrinariamente a conoscenza della sua divina natura – si domanda qual è il suo legittimo posto nel mondo. Guardandosi intorno nel tempo e nello spazio egli comprende che còmpito d’un dio è quello d’esser venerato nei templi: ciò attualmente non verificandosi, suo scopo nella vita diventerà quello di divenire oggetto d’un culto religioso. Ciò può verificarsi direttamente (divenendo cioè in primissima persona il venerato oggetto d’un religioso “culto della personalità”), oppure indirettamente (col soggetto che – sulla base del culto d’un “altro” Uomo-Dio – s’annulli misticamente in lui devotamente proiettandosi). E’ questa l’evoliana “epoca della libertà o dominazione”, in cui la vita terrena diventa l’anticamera del paradiso nirvanico che attende l’Io dopo il trapasso. Quest’Io incarnato vive tuttavia in un contesto naturale-sociale. Esso si configura a livello infimo come mondo inorganico (mineralità), poi come mondo organico (in quest’àmbito le specie vegetali son sovrastate per importanza dalle specie animali, al cui culmine – come più eletta tra le specie animali in quanto dotata di “ratio” – è l’Umanità). Nelle fasi primordiale ed escatologica l’Umanità vive direttamente (“anima bella”) in una condizione di perfezione spirituale di tipo anacoretico (“beata solitudo, sola beatitudo”). Tra le due età perfette v’è però l’età oscura, in cui la vita divina non è più immediatezza irrelata ma abbisogna invece d’una mistica mediazione, ch’è poi quella statale. Definita come “apparizione del sopramondo e via verso il sopramondo” da Julius Evola, considerata da un Hegel come “l’Idea divina come esiste sulla Terra”, “Dio che cammina sulla Terra” e “l’ingresso di Dio nel mondo” associato degl’uomini (statolatria), l’entità statale (peraltro divinamente personificata dal suo principe) è in sostanza depositaria d’una funzione “pontificale”, fà cioè da “ponte” tra l’alienazione empirica del cittadino e la dimensione metafisica sua (in via diretta rispetto al sovrano, indirettamente per quel che poi concerne i sudditi). La natura sacrale dello Stato e del suo Capo è data dal fatto che lo Stato medesimo – definibile come “organizzazione politica d’una collettività sociale” – dispone tra le proprie inalienabili caratteristiche un popolo, un territorio ed una sovranità, quest’ultima per medesima definizione originaria, illimitata e coattiva e dunque inevitabilmente rimandante all’Onnipotenza celeste, al mistico regno – cioè – dell’Incondizionato. E’ dunque la  Ragione a conferire autorità sacra allo Stato ed al suo principe, che in quanto – quest’ultimo – personificazione vivente dello Stato sovrano, incarna in sé la divina maestà di questo. Tutto ciò è ovviamente efficace negli Stati assoluti (meglio se teocratici ma pur totalitari: giacobini, nazionalistici culminanti nei fascismi nonché stalinistici). Gli Stati non assoluti (quelli democratici coperti dal moderno revisionismo antistaliniano) son poi come dei ponti inagibili, fuor di metafora entità sempre sacrali ma non più misticamente funzionanti. Bisogna poi distinguere (in campo democratico) le “mere democrazie” dalle similfascistiche “minori democrazie”, gollisticamente – queste – caratterizzate dalla presenza d’un capo carismatico (“monocrazia”) con uno schema parlamentare bipolare-bipartitico. Questa “minor democrazia” è metaforicamente sempre un ponte inagibile, ma al quale è stata accanto costruita una passerella di fortuna che consente il mistico transito dei cittadini. Questo è il modello oggi dominante in Occidente e – tendenzialmente – nel mondo tutto (negativo al 70%), al qual chi scrive contrappone l’ideale neoincaico (“fascio, martello e corona”) d’un Impero mondiale solarmente teocratico, monarchico nonché socialista, fondato sull’eminenza delle stirpi industrializzate d’Occidente (“Terza Roma”, dopo quelle classica e ghibellina) sulle altre, in via di sviluppo. Questa spiritualisticamente chiliastica Imperialità dovrebbe poi – una volta esaurita la sua indicativamente millenaria fase storica – sublimarsi in un’Anarchia eremitica.

L’Assolutismo – nella mia impostazione – si configura poi come una beatifica “religio regalis et civilis” i cui massimi profeti – gli Eroi universali – sono Alessandro Magno, Cesare, Augusto, Costantino, Carlo Magno e Napoleone (per la teocrazia), nonché Mussolini, Hitler, Lenin, Stalin e Mao (totalitariamente parlando). A costor tutti son poi associabili Gengis Khan e Tamerlano. Al sommo vertice, il Cristo Re (cristianesimo, per me hegeliana “religione assoluta”).

Questo – in estrema sintesi – il mio sistema speculativo.

 

Fabio CUTAIA

 

 

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